L’alba dentro un imbrunire. Vie d’uscita dal disastro antropologico/ III. Recuperare il vocabolario

maggio 23, 2011 § Lascia un commento

 raffaele mantegazza

Un mondo nuovo richiede parole nuove, ma è costruito anche con parole vecchie.  Sulla soglia di un cambiamento mancano le parole per dire la realtà che stiamo inaugurando, ma sentiamo anche l’insufficienza de linguaggio che appartiene ancora  ai territori che vogliamo abbandonare. E’ così per tutti i grandi passaggi della storia: La tragedia di Mosè sta tutto in questo suo essere troppo avanti per la sua epoca, troppo indietro per quella nuova: la sua morte al limitare dell’ingresso nel tempo nuovo è il marchio del suo debole eroismo. L’eroe affronta la morte come pegno per il suo essere mediano tra due mondi, dei quali non può parlare. Non può più usare un linguaggio che non gli appartiene più, non ha ancora le parole per dire il nuovo: “Egli tace. L’eroe tragico ha soltanto un linguaggio che gli corrisponde alla perfezione: il silenzio”[1].

Uno dei problemi più gravi della sinistra italiana è il linguaggio: il suo flirtare con il linguaggio dell’avversario anche nelle sue cadute più base e volgari; il suo essere affascinata da un linguaggio up-to-date che è strumentale e oggettuale come la realtà economica dalla quale proviene e che rende oggetti e strumenti anche le cose che nomina; la sua paura di usare parole “vecchie” che però descrivono ancora situazioni che non sono mutate: se la realtà non è cambiata perché dovrebbero cambiare le parole per descriverla? O crediamo davvero che non pronunciare più parole come “sfruttamento”, “capitalista”, “sciopero” abbia effetti diversi da quello di un’ulteriore complicità rispetto al “sistema” (altra parola messa fuori uso)?

Semmai il problema è riappropriarci del vocabolario e di parole e concetti che sono così fecondo che ci sono stati semplicemente sottratti. A partire dalla parola  “libertà” che è stata appiattita dal centrodestra italiana su uno sono dei suoi possibili significati, quello del liberismo economico e della libertà d’impresa, la “libertà di…” contro cui a suo tempo tanta letteratura si era schierata. “Siamo a favore della libertà” dicono coloro che vogliono i finanziamenti alle scuole confessionali: e se si condivide l’orizzonte di pensiero secondo il quale libertà significa sostanzialmente libertà di scelta tra merci, è difficile dar loro torto. Ripensare alla libertà come concetto inserito in un orizzonte più ampio di condivisione e socializzazione, nel quale il genitore è libero perché i suoi figli sono in una scuola che è di tutti in quanto “dello Stato”, e non è soggetta a scelte incontrollabili e non criticabili perché provenienti da un privato: questo dovrebbe essere il passo che sottrae il concetto di libertà alla logica d’impresa e lo riporta nell’alveo della socializzazione: dove la più alta libertà può essere la “libertà di non essere liberi” come nell’esempio autobiografico di Gramsci che in treno sceglie “liberamente” di spegnere  il sigaro pur viaggiando in uno scompartimento per fumatori perché il fumo infastidisce una anziana signora.

Una seconda parola di cui riappropriarsi è “socializzazione”: ormai ridotta alla parodia di se stessa, questa parola indica una specie di stordimento collettivo in cui le persone ridono e giocano insieme. La si sente spesso declinare in questo modo quando è associata a realtà pedagogiche: “facciamo socializzare i ragazzi” si dice, portandoli in settimana bianca o organizzando con loro l’autogestione. In realtà  “facciamo socializzare i ragazzi” significa far capire loro che il problema di qualunque soggetto all’interno della classe è un problema di tutti, che il passo dell’apprendimento è calcato sul ritmo degli ultimi e non dei primi, che l’autogestione è una riappropriazione non tanto degli spazi della scuola ma della questione del “potere” che in essi si dipana. Socializzazione significa che ogni problema del singolo soggetto ha a che fare con l’intera struttura sociale; per dirla con Lorenzo Milani “Il mio problema è uguale al tuo. Uscirne da soli è egoismo. Uscirne insieme è politica.”

Infine, “proprietà privata”, una espressione che qualifica come comunista chiunque la  pronunci (e questo potrebbe anche interessare poco a chi non considera il termine “comunista” come un’offesa –e anche su questa parola, quanto lavoro occorrerebbe!) ma che per esempio è presente nelle seguenti parole pronunciate da Paolo VI: “La proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario.”.Forse occorre spiegare che il movimento operaio, socialista e comunista, non ha mai pensato che in una società migliore  le persone non possono possedere libri, maglioni o appartamenti per sé e per la propria famiglia. La questione è non solo la proprietà dei mezzi di produzione ma soprattutto quella delle risorse, come le recenti lotte a proposito dell’acqua dovrebbero avere insegnato. Dunque, l’idea che la proprietà privata debba essere limitata non solo quantitativamente ma qualitativamente, escludendone tutte le risorse che devono essere bene comune dell’umanità, può costituire l’idea guida per un nuovo pensiero che non disdegni però di usare vecchi concetti quando questi sono ancora adeguati a descrivere la realtà.

“-Parole  come personaggi- si chiama una  tua  rubrica. Ecco, è questo appunto il mio ideale sociale. Quando  il povero saprà dominare le parole come personaggi, la  tirannia del farmacista, del comiziante e del fattore sarà spezzata”: ancora il priore di Barbiana, a ricordarci il peso delle parole e il senso della lotta che si svolge anche per e attraverso il linguaggio.

 


[1] Franz Rosenzweig, La Stella della Redenzione, Genova, Marietti, 1985, pag. 80

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