L’alba dentro un imbrunire. Vie d’uscita dal disastro antropologico/ IV. Alimentare la speranza

giugno 5, 2011 § Lascia un commento

 raffaele mantegazza

“La mancanza di speranza è la cosa più insopportabile per i bisogni umani. E’ per questo che persino l’inganno per funzionare deve lavorare suscitando speranza”[1]. Uno degli elementi più interessanti delle ultimissime consultazioni elettorali è il mutamento di filosofia da parte della destra italiana per quello che riguarda i suoi messaggi agli elettori: Silvio Berlusconi in particolare è passato da messaggi ottimistici e positivi, volti a vendere false speranza (“Il nuovo miracolo italiano”, “Rialzati Italia”) a cupi messaggi negativi che si posizionavano sulla difensiva (“Non lasciamo Milano in mano ai comunisti”; “Milano come Zingaropoli” ecc.). Si tratta di un passaggio estremamente importante perché illumina in modo interessante il passato della propaganda elettorale della destra: un passato che è stato sempre caratterizzato dall’appello alla speranza e che solo ora si attesta sulla sollecitazione delle paure.

La speranza,  ci dice Bloch, che ne è stato il più grande studioso e interprete, non si lascia mai esiliare dall’antropologia umana; la speranza è un atteggiamento esistenziale tipico del’uomo e della donna; “L’uomo non è fitto” [2], egli/ella ospita in sé tracce, fratture, “spazi cavi della possibilità”[3]. L’uomo è un essere aperto, che non può fare a meno di vedere nel futuro uno spazio e un tempo di cambiamento e di realizzazione. Proprio per questo anche coloro che vogliono opprimere l’uomo non possono fare a meno di rivolgersi a questa dimensione esistenziale: la speranza proposta dagli oppressori è falsa, oppure è rivolta solamente ai loro complici, ma ciònondimeno anche l’oppressore si riferisce a questa dimensione.

Come allora distinguere la speranza vera dalla falsa? La prima indicazione di Bloch è che la speranza in realtà è dentro le cose e non solamente nei nomi che noi attribuiamo loro; la speranza non è un “sentimento”, uno stato d’animo, ma la registrazione fedele delle potenzialità insite negli oggetti, nel loro poter-essere-diversamente. Educare alla speranza non significa ottenere soggetti un po’ ottusi e banalmente sognatori che non vogliono vedere lo sfacelo; al contrario significa creare soggetti in grado di cogliere nello sfacelo stesso le tracce e i segni del cambiamento, quelli che il Vaticano II definiva “segni dei tempi”;” ,a le entelechie e le cifre (…) ci sono anche nella realtà e non semplicemente nelle denominazioni allegoriche e simboliche  perché il processo del mondo è esso stesso una funzione utopica avente per sostanza la materia dell’obiettivamente possibile”[4] (209). Sperare non significa solamente sognare; o forse la speranza è il vero lavoro del sogno diurno, un lavoro che, come il sogno notturno, libera gli oggetti dalla dannazione del loro essere soggetti alla legge del profitto ma lo fa dall’interno degli oggetti stessi, osservando le forze che sono in essi presenti. “Il sogno diurno è capace di comunicare con l’arcaico perché il futuro vive ancora nel passato e veri frammenti diurni non sono superati né liquidati Questa notte ha ancora qualcosa da dirci in quanto cova il non ancora espresso ad alta voce e può dirlo solamente nella misura in cui  viene illuminata dalla fantasia”[5].

In questo senso però la speranza redime anche il passato dell’oggetto, traendone la forza per cambiarlo rimanendo però fedeli alla sua storia e alla sua identità. Per fare un esempio: un’educazione ecologista non può fare a meno di comprendere e far comprendere che nell’oggetto “aratro” è insita fin dalla sua origine la possibilità di un rapporto umano con la natura, di un interscambio equilibrato e armonioso con i campi e con la terra: una agricoltura intensiva tradisce le premesse e le promesse dell’agricoltura come scambio equo e rispettoso tra uomo/donna e ambiente e proprio l’aratro alberga in sé queste promesse fin nella sua struttura fisica.

Dunque occorre certamente insegnare a sognare, ma il sogno che ci serve per cambiare la realtà e alimentare la speranza è un sogno esatto e lucido. Gli oggetti portano dentro di sé una debole cifra di speranza e di redenzione e attendono l’esatta fantasia degli uomini e delle donne per poterla liberare; gli oggetti sono solo apparentemente irretititi nel sortilegio del profitto e dello sfruttamento; in realtà essi attendono lo sguardo che li liberi da se stessi e li riporti a quella che era la loro destinazione originaria, ovvero aiutare l’uomo e la donna a costruire un mondo liberato-

“Realmente possibile è tutto ciò le cui condizioni non sono ancora completamente radunate nella sfera dell’oggetto stesso”[6]: questo significa che l’oggetto è incompleto così come incompleto è il mondo e incompleti gli esseri umani. Ma questa incompletezza significa anzitutto che la partita è ancora aperta, e che ancora oggi ha senso la tragica alternativa “socialismo o barbarie” che tanti anni fa venne svelata.  Non sappiamo ancora da quale parte penderà la bilancia, la lotta per la speranza è una lotta attuale e tragica: “grazie all’intervento stimolante degli uomini in ciò che è ancora trasformabile la categoria oggettiva della possibilità si svela come possibile concetto di salvezza –o anche di sciagura: precarietà e possibile non garantito”[7]. Oggi la lotta per la speranza è soprattutto lotta politica: la speranza pervertita dei messaggi della destra sembra finalmente avere fatto il suo tempo. Occorre che le forze democratiche non cadano nel tranello di essere più ciniche e più realiste del re ma imbraccino la speranza come un’arma non violenta per iniziare finalmente a trasformare il mondo.


[1] Ernst Bloch, Il principio speranza, Milano, Garzanti, 2000, pag. 11

[2] Ivi pag. 229

[3] Ibidem

[4] Ivi, pag. 209

[5] Ivi, pag. 100

[6] Ivi, pag. 231

[7] Ivi, pag. 273

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