Costruire la socialità/ L’alba dentro un imbrunire. Vie d’uscita dal disastro antropologico. V

giugno 16, 2011 § Lascia un commento

 raffaele mantegazza

“Socializzazione”. Insieme a “libertà”, si tratta della parola che ci siamo fatti rubare, o perlomeno che ha smarrito il suo significato, come tante parole dell’universo di discorso della politica. Oggi per “socializzazione”, soprattutto nell’ambito educativo, si intende qualcosa che ha a che fare con le dinamiche di gruppo: i ragazzi socializzano a scuola perché stanno insieme, si conoscono, si frequentano. Ma “socializzazione” ha un significato molto preciso nella storia del pensiero politico e sociologico: significa che in una comunità i problemi e le questioni che riguardano il singolo hanno un lato che pertiene alla società e ala collettività, sia nell’ambito delle cause sia in quello delle soluzioni. Il che significa concretamente che se il figlio della signora dell’ammezzato si droga certamente è “un problema suo” nel senso che esistono cause biografiche e possibili soluzioni che lui dovrà affrontare personalmente, ma è un problema che mi riguarda come riguarda tutto il condominio, il quartiere, la città, perché le cause e le soluzioni di tipo sociale non possono essere eluse.

Gramsci parlava di socializzazione delle fabbriche quando invitava i lavoratori, dopo l’“espropriazione degli espropriatori”, a farsi carico in prima persona e tutti insieme del processo produttivo; il pensiero anarchico, la sinistra critica, i movimenti ecologisti e femministi giustamente rispondono che una volta espropriati gli espropriatori forse gli operai e le operaie ne avranno piena l’anima di lavorare; Marcuse li libera dal lavoro non limitandosi a liberare il lavoro. Forse anche  questo potrebbe essere un obiettivo utopico per una società che sembra sempre più professionalizzare le questioni sociali ed educative per  meglio privatizzarle; in questo senso abbiamo parlato positivamente di “fine dell’educazione”[1].  Riproporre la socializzazione delle questioni sociali e pedagogiche significa muoversi in controtendenza rispetto alla privatizzazione attuale, per la quale il “tuo” problema è solo “tuo”, e l’ente pubblico piuttosto che l’istituzione ti aiuta a suon di “vaucher” o di ricchi menù di proposte terapeutiche individualizzate. Sembra di essere tornati indietro di 50 anni, prima di Basaglia e dell’antipsichiatria, prima di Bernardi, Lodi, Rodari e delle sperimentazioni pedagogiche degli anni 70; sembra che un immenso tasto “reset” abbia cancellato e relegato nel novero dei sogni irrealizzabili tutte le esperienze di cogestione,  autogestione, socializzazione, sviluppo di comunità in ambito pedagogico. È arrivato invece il momento di tornare a studiare testi come L’istituzione mancata, Il paese sbagliato, Educazione e libertà, di rileggere criticamente ma appassionatamente Alexander Neil, Thomas Szasz, Ivan Illich (tutto Illich, non solo l’ultimo!), Michael Cooper, e soprattutto di riprendere in mano i documenti delle autogestioni studentesche, delle lotte per la socializzazione della cosiddetta malattia mentale, di tutte le posizioni che restituivano alla società i “problemi” che essa voleva eliminare dal suo campi visivo relegandoli a “questioni private”: una operazione che le è servita molto e che soprattutto è stata redditizia per coloro che propongono soluzioni individuali, spesso colpevolizzanti («non dire che la colpa è della società, la colpa è tua e solo tua, uscirne dipende da te e solo da te»; è del tutto ovvio che non stiamo criticando il processo di attivazione delle risorse del singolo ma questa sorta di colpevolizzazione che magicamente assolve il contesto socio-economico). Restituire alla società i problemi sociali vuol già dire creare socializzazione: a partire dai colpi di tosse narrati da Pasolini: «Sento tossire l’operaio che lavora qui sotto; la sua tosse arriva attraverso le grate che dal pianterreno danno nel mio giardino. Sicché essa pare risuonare tra le piante, toccate dal sole dell’ultima mattina di bel tempo. Egli, l’operaio, là sotto, intento al suo lavoro, tossisce ogni tanto, certamente sicuro che nessuno lo senta. È un male di stagione ma la sua tosse non è bella; è qualcosa di peggio che l’influenza. Egli sopporta il male, e se lo cura, immagino come noi − da ragazzi. La vita per lui è rimasta decisamente scomoda; non l’aspetta nessun riposo, a casa, dopo il lavoro, − come noi, appunto, ragazzi o poveri o quasi poveri. Guarda, la vita ci pareva consistere tutta in quella povertà, in cui non si ha diritto neanche, e con naturalezza, all’uso tranquillo di una latrina o alla solitudine di un letto; e quando viene il male, esso è accolto eroicamente: − un operaio ha sempre diciotto anni, anche se ha figli più grandi di lui, nuovi agli eroismi. Insomma, a quei colpi di tosse mi si rivela il tragico senso di questo bel sole di ottobre».

La tosse dell’operaio è tosse sociale. E dunque politica. E le risposte non possono essere solo mediche, ma appunto sociali. E, appunto, politiche.

NOTE

1. Raffaele Mantegazza, La fine dell’educazione. Un’utopia (anti)pedagogica, Troina, Città Aperta, 2004.

2. Pier Paolo Pasolini, I Dialoghi, Rma, Riuniti, 1993 pag. 720.


[1] Raffaele Mantegazza, La fine dell’educazione. Un’utopia (anti)pedagogica, Troina, Città Aperta, 2004

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