Costruire la socialità/ L’alba dentro un imbrunire. Vie d’uscita dal disastro antropologico. VI Restituire il potere

agosto 7, 2011 § Lascia un commento

 raffaele mantegazza

“Certo dobbiamo farne di strada da una ginnastica d’obbedienza/ Fino ad un gesto molto più umano che ci dia il segno della violenza/ Però dobbiamo farne altrettanta per diventare così coglioni/ Da non riuscire più a capire che non ci sono poteri buoni”.  [Fabrizio de Andrè, Nella mia ora di libertà]. Che cosa ce ne facciamo del potere? La domanda è vecchia almeno quanto la sinistra, almeno quanto i banchi degli Stati Generali all’interno dei quali il Terzo Stato cedette la destra in segno di rispetto al clero e all’aristocrazia segnando spazialmente in questo modo la posizione di chi si sarebbe in seguito occupato dei poveri e dei diseredati. Brecht chioserà: «Ci siamo seduti dalla parte del torto/ perché gli altri posti erano tutti occupati». La parte del torto è la parte del potere; la condivisione delle sue dinamiche, l’ingresso nelle sue istituzioni, la partecipazione ai suoi riti. Brecht ha pochi dubbi sulla necessità di sedere in quei banchi, ma ne ha ancor meno sul fatto che questa azione porta alla condivisione di un rituale che rischia di cambiare per sempre coloro che vi sottostanno

È giusto prendere il potere? Lenin non aveva dubbi: come non ne possono avere coloro che sono travolti dal fiume in piena della storia, nella quale non si sillogizza ma si agisce, come rispose un mio indimenticabile professore di filosofia alla mia domanda, più di venticinque anni fa. Ma fino a quanto le urgenze della storia ci costringeranno a “prendere” il potere, con un gesto che è comunque di aggressione, con un portato anche minimo di violenza e di arroganza? «Mai nessuno mi darà/ il suo voto per parlare/ o per decidere del suo futuro» cantava Edoardo Bennato anni fa, tenendo viva nelle sue canzonette che erano ben altro che solo tali una tradizione anarchica di sospetto quando non addirittura di disgusto per il potere. Che fare, dunque? Che fare, oggi?

Non si tratta solamente di affrontare i casi di corruzione interni alla sinistra, di capire come nascano i casi Tedesco o Penati; questo è ancora troppo poco. Si tratta di capire come (e se) ci si può barcamenare tra la Scilla della presa del potere con il rischio di contaminarsene al di qua delle intenzioni o degli interessi privati e la Cariddi  dello “stare fuori” rischiando una posizione di mera testimonianza senza reali effetti (direbbe Hegel: senza effettualità) sulla realtà della cose, oggi così enormemente grave.

La questione è peggiorata dal fatto che soprattutto oggi il potere diventa mera amministrazione dell’esistente. Pochi giorni dopo essere stato nominato Assessore alla Cultura un caro amico di Alba mi disse «Ma allora hai rinunciato a fare politica?»: la provocazione è solo in apparenza tale, la frase mette il dito su una piaga reale e pulsante. Uno degli effetti dei continui rafforzamenti dell’esecutivo, a livello centrale come a livello locale, è proprio la virtuale eliminazione della fatica di pensare oltre l’esistente, l’appiattimento sul qui ed ora; allora le risorse (o meglio quasi sempre la loro scarsità) diventano un ricatto per chi osa pensare al di là del presente; in nome di un presunto realismo politico che riduce la politica a governo anzi ad amministrazione dell’esistente (peraltro non sempre buona ed oculata) si ritengono irrealizzabili progetti e proposte che in realtà spesso costituiscono solo la base per la costituzione di una società realmente democratica. Ma la forza di queste argomentazioni ridiede nella loro capacità di annientare la dimensione storica nel discorso politico e di farlo in un duplice senso: anzitutto non si interroga il passato, domandandosi perché le risorse sono scarse, quali sono state le scelte passate che hanno portato a tale scarsità, chi si è arricchito e ancora si arricchisce grazie ad essa; in secondo luogo, e di conseguenza, non si intenziona il futuro, negandosi ogni progetto che non si riduca a un “si salvi chi può. Il discorso politico sul governo dell’esistente, dunque, vedendosi negata la strada della critica del passato e del sogno del futuro subisce una sorta di “realistica” riduzione al punto del “qui ed ora”.

La questione allora a nostro parere non è tanto se prendere il potere o meno ma come e a chi restituire la dimensione del potere. Siamo sempre convinti sulla scia di Rosa Luxemburg che le fallacie e le zone d’ombra della democrazia si possono mettere in luce solamente portando la democrazia al suo punto più avanzato; ma proprio in questo senso crediamo che la questione del potere debba essere presa in considerazione nella prospettiva del suo superamento; nel senso che la professionalizzazione della politica ha portato oggi a pensare che solo l’esperto amministratore possa risolvere i problemi che riguardano la collettività e dei quali la collettività stessa si libera con un malinteso esercizio della delega. Crediamo invece che chi occupa posizioni di potere non debba mai smettere di interrogare la collettività rimandando sul suo tavolo i problemi che questa, per abitudine, per senso di inferiorità, per comodo cerca di delegare ai politici. Forse una cuoca non può amministrare lo Stato ma certamente una cooperativa di cuoche saprà indicare la zona più adatta per costruire un nuovo ristorante; è questo il senso politico di approcci quali lo sviluppo di comunità; un approccio che è al tempo stesso politico e (anti)pedagogico perché restituisce alla collettività il senso dei saperi e dei poteri che essa mantiene in se stessa. Il politico, dall’amministratore locale al ministro, condivide con l’esperto il fatto di avere ricevuto in delega un sapere sulle cose e sui processi che molto spesso risiede nella comunità e alla comunità deve tornare; il ruolo del potere dunque non è di rinunciare a se stesso per non contaminarsi ma problematizzare se stesso rimandandosi continuamente alla fonte da cui trae legittimazione. “La sovranità appartiene al popolo” per me vuole dire sostanzialmente questo: che chi è investito di un ruolo di potere in una democrazia deve restituire questo potere alla fonte che glielo ha delegato, attraverso un continuo rapporto con il territorio e la collettività dal quale cresca la consapevolezza che il potere non è “là” ma “qui”; come un poter-fare, poter-cambiare che è compito di ciascuno e ciascuna portare al suo compimento.

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