L’alba dentro un imbrunire. Vie d’uscita dal disastro antropologico/ VII. Tornare ad essere corpi/

settembre 13, 2011 § Lascia un commento

 raffaele mantegazza

Lo scorso anno un gruppo di immigrati è salito sulla torre di via Imbonati a Milano, per protestare contro le leggi che rendono l’immigrazione un reato. C’è rimasto per qualche giorno, in precario equilibrio, soffrendo la paura e la fatica, e poi è sceso. Una notizia che è stata ingoiata come le altre dalla macchina tritatutto della cronaca. Ma in realtà in questa vicenda c’è qualcosa che forse è sfuggito, almeno all’inizio, anche agli stessi protagonisti. Il corpo, nell’era del web e della smaterializzazione, è tornato ad essere lotta politica; non strumento o terreno di lotta, ma proprio lotta incarnata.

Ci siamo fatti forse troppo convincere che la società dell’accesso ha ormai relegato il corpo in secondo piano; ci siamo fatti forse troppo in fretta persuadere che non c’è via d’uscita dalla dittatura della rete, che l’unico modo di farsi ascoltare e di farsi capire è acquistare un canale televisivo o aprire una pagina su Facebook. Qualcuno cercava in verità di dire che tutto questo non poteva essere così bello come lo si dipingeva, che era quantomeno strano che il Dominio fosse diventato improvvisamente così buono da offrire uno strumento per auto-scalzarsi; ma si veniva etichettati come ideologhi poco up-to-date, poco aggiornati e poco aperti al futuro.

Poi, all’improvviso, saltano fuori i corpi. Gli immigrati milanesi non aprono un sito web, non mandano SMS o e-mail ma diventano il loro corpo, e del corpo fanno la mimesi della loro condizione precaria; lassù in alto il corpo delle persone immigrate si espone come il segno di una violenza inaccettabile ma anche di una presenza incancellabile. Il corpo lotta, e restituisce alla lotta il suo essere il corpo-a-corpo, anche se con pratiche e modalità nonviolente.

Forse la prima via d’uscita dal disastro antropologico è il nominarlo come disastro prima di tutto corporeo; che cancelli i corpi dalle pratiche educative o li addestri attraverso l’industria della cosmesi o dello sport, è sempre nei corpi e attraverso i corpi che il Dominio conquista i suoi territori. C’è voluto Pier Paolo Pasolini per mostrare come il corpo sia “posizionalmente” rivoluzionario, come cioè non esista un modo di essere corpo che sia una volta per tutte schierato dalla parte del Dominio o dalla parte della resistenza; così i capelloni praghesi nel 1967 erano rivoluzionari nel loro essere corpo capelluto e i loro presunti epigoni del 1973 erano invece reazionari ed erano sempre i capelli a dirlo; il corpo non è sempre dalla parte del giusto, le sue esigenze non sono sempre rivoluzionarie. Il corpo va guidato e gestito, essere corpo significa dare al proprio corpo una direzione esistenziale, renderlo capace di scegliere. Ma è anche vero che nel corpo del rivoluzionario le scelte a un certo punto diventano abitudini, diventano seconda pelle, e dunque in qualche modo acquisiscono una nuova spontaneità.

È proprio questa apparente spontaneità del corpo ribelle che dobbiamo valorizzare; il corpo ribelle riesce a far proprie le istanze corporee di ribellione e a farle passare per gesti naturali. “Cerco un gesto/ un gesto naturale/ per essere sicuro/ che questo corpo è mio” cantava Gaber. Ma se il corpo è socialmente costruito fin nelle sue cellule, allora il gesto naturale del ribelle e dei rivoluzionario è in realtà un gesto costruito che mostra al di fuori una nuova spontaneità. Come l’atleta che fa sembrare spontaneo un gesto costruito, come il Cristo di Wilhelm Reich che camminava come se ad ogni passo mettesse radici nel terreno, così il corpo del rivoluzionario acquisisce una nuova identità quando interiorizza le scelte resistenziali e le rende abitudini. In chiusura di questo percorso nella speranza resistenziale e rivoluzionaria troviamo il corpo che lotta perché ormai per lui la lotta è un’abitudine Il Dominio può essere scalzato da un corpo ben allenato: la rivoluzione è anche un fatto di tic.

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